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Il 5G e la mancata ricerca sui rischi per la salute, alcuni commenti

CEMLAB
Pubblicato da in Tecnologia · 25 Dicembre 2018
Tags: 5Gsaluterischi
Leggo con interesse l'intervista alla Dott.ssa Fiorella Belpoggi, direttrice del centro "Cesare Maltoni" dell'Istituto "Ramazzini di Bologna, pubblicata nell'articolo dal titolo "Il 5G e la mancata ricerca sui rischi per la salute, "E' da incoscienti non fare nulla"', articolo ben scritto.

In particolare riporto una frase che mi sembra significativa:
Non ci sono evidenze di sicurezza per la salute e per l’ambiente – afferma la dottoressa Belpoggi –Eppure, basterebbero pochi fondi per studiare gli effetti di una tecnologia ormai diffusa su scala
mondiale, ma evidentemente non ci sono interessi al riguardo. Le industrie legate al 5G hanno tutte
le carte in regola per poter studiare questo fenomeno. E continuano a non fare niente. Perché per i
pestidici, come per qualsiasi altra sostanza, è necessario produrre documentazione di sicurezza,
mentre per il 5G non occorre?

Condivido quanto espresso nell'articolo e vorrei aggiungere alcuni miei brevi commenti.

1) Non solo dalle istituzioni è arrivato il via libera alla sperimentazione di questa nuova tecnologia in alcune città italiane, lista poi estesa ad altre città, quali Torino e Roma, ma nel frattempo è stata indetta e chiusa (lo scorso Ottobre) un'asta pubblica in cui i diritti di concessione di frequenze per il dispiegamento generalizzato sul territorio nazionale sono già stati assegnati, per un periodo temporale esteso fino al 2037, perfino con obblighi di copertura minima del 40% della popolazione entro certe scadenze temporali. Nessuna menzione neanche marginale nei bandi e nei regolamenti alle questioni della sicurezza per la popolazione delle esposizioni conseguenti.

2) E' già successo con la tecnologia 4G. Nessuno studio scientifico preliminare di laboratorio sull'esposizione cronica alle radiazioni di questa tecnologia è stato effettuato. Quei pochissimi studi di laboratorio effettuati successivamente non danno alcuna garanzia di sicurezza, ma al contrario sollevano importanti e preoccupanti interrogativi (ad esempio https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29789776).

3) Nessuno pensa di finanziare studi che in maniera sistematica e multidisciplinare analizzino GIA', con approccio statistico, gli effetti sulla salute della popolazione irradiata dalle esposizioni croniche della tecnologia 4G, pienamente operativa da alcuni anni (la copertura della rete LTE di TIM ad esempio è attualmente riportata al 98% dela popolazione nazionale). Eppure con gli strumenti di geostatistica che attualmente sono disponibili, da un punto di vista tecnico sarebbe relativamente semplice effettuarli con un alto livello di credibilità scientifica, se ci fosse un minimo di volontà politica. Ma per fare questo, oltre alla volontà politica, le compagnie di telecomunicazioni dovrebbero cooperare e fornire dati di dettaglio sui loro impianti, dati che sistematicamente sono non resi noti. Attualmente per un semplice cittadino e/o per un ente indipendente di ricerca sarebbe impossibile ricuperare i dati storici relativi agli impianti perché alle compagnie di telecomunicazioni è generalmente concesso di rifiutarne l'accesso.

4) Rimanendo su un piano di evidenze empiriche e anedottiche sugli effetti delle esposizioni croniche causate da tutte le attuali sorgenti sul territorio, incluse le tecnologie 2G, 3G e 4G, in mancanza di ricerca scientifica finanziata in maniera indipendente e organizzata in maniera organica e multidisciplinare come richiamato sopra, le evidenze empiriche sugli effetti sulla salute ci sono GIA', come sanno bene tutti coloro che effettuano in maniera professionale e continuativa rilievi sul territorio. E' per questo che sono nate già da molti anni linee guida oggettive per valutare l'ambiente di vita, in maniera slegata dalle legislazioni nazionali (ad esempio SBM-2015).

5) Uno degli aspetti più invadenti della nuova tecnologia 5G, il dispiegamento delle small cells (piccole celle), è contestato anche duramente in molte parti del mondo. All'estero gli enti locali, ad esempio in USA, cercano di non perdere la facoltà di decidere dove verranno installati "trasmettitori di debole potenza", proprio perché anche se ritenuti di "debole potenza" hanno la capacità di impattare da vicino sul livello di esposizione dei residenti locali. In Italia invece la recente legislazione (L. 147/2013, qui un excursus) ha già aperto la strada a una deregolamentazione generalizzata degli impianti "a debole potenza", senza che ci fosse un dibattito pubblico, nessuna resistenza/contestazione e probabilmente neanche una parziale consapevolezza da parte della popolazione.


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